L’Europa assente, la Russia isolata. E la Cina si avvicina troppo
Nel palazzo di Dolmabahçe si tenta una trattativa informale tra Ucraina, Russia, Stati Uniti e Turchia.Il tappeto rosso è steso, le sedie sono allineate sotto i lampadari dorati del palazzo presidenziale di Dolmabahçe. Ma restano vuote. Nessuno dei grandi leader ha accettato l’invito. Non Putin, non Zelensky, e soprattutto non l’Unione Europea. Il vertice informale convocato da Erdogan va avanti, ma senza protagonisti. A incrociarsi sono solo i delegati. Gli sguardi si evitano, i dialoghi si fanno da stanze separate. Eppure, dopo mesi di gelo diplomatico, è il primo spiraglio. Piccolo, incerto, ma reale.
La grande assente, ancora una volta, è l’Europa. Né presente al tavolo, né dietro le quinte. Bruxelles osserva, ma non guida. La voce unitaria manca. L’Ungheria frena le sanzioni e mantiene un filo diretto con Mosca. La Polonia radicalizza lo scontro. Altri Paesi, come la Francia o la Germania, restano immobili, incapaci di formulare una linea comune. Risultato: un’Unione che rinuncia a partecipare a un negoziato che la riguarda da vicino, lasciando campo libero a Washington, Ankara e Kyiv.
Intanto, a Istanbul si muovono due tavoli paralleli. Uno riunisce Ucraina, Stati Uniti e Turchia; l’altro, Ucraina, Russia e Turchia. Ma le delegazioni restano separate: i russi si chiudono nel consolato, gli ucraini trattano da un hotel sorvegliato, gli americani da Antalya. Erdogan tenta una mediazione da equilibrista, nel ruolo di regista silenzioso. Ma senza leader in sala, la sceneggiatura è fragile.
Le immagini trasmesse dal TG hanno mostrato un grande tavolo a ferro di cavallo, con al centro la delegazione turca e ai lati le altre due. Una scenografia ordinata, simbolica, ma quasi teatrale: le sedie rimaste vuote, riservate ai leader assenti, raccontano più di qualsiasi comunicato. La diplomazia si muove, ma manca chi la possa guidare davvero.
Dietro la cortina diplomatica, si muovono forze più profonde. L’economia russa, ormai da due anni sotto sanzioni, sta mostrando le prime vere crepe. I prezzi del petrolio – ben al di sotto dei picchi raggiunti nei primi mesi di guerra – riducono drasticamente le entrate del Cremlino. Mosca esporta, ma guadagna meno. E sempre più dipende da un solo acquirente: la Cina.
Pechino è diventata il principale sbocco commerciale russo, non solo per il greggio, ma per gas, carbone, acciaio e cereali. Ma questa non è un’alleanza tra pari. È un rapporto di forza squilibrato. In gergo economico si parla di “monopsonio”: un solo compratore che decide prezzi e condizioni. Così, Mosca è costretta a vendere sottocosto, pur di incassare valuta. La guerra ha chiuso quasi tutte le porte occidentali, e ora la Cina impone le sue.
Ma non è solo una questione economica. C’è un nervo scoperto, più profondo: quello territoriale. Negli anni Sessanta e Settanta, l’espansionismo cinese portò a vere e proprie battaglie di confine lungo il fiume Amur, nella regione siberiana dell’Estremo Oriente russo. Sono terre immense, spopolate, abitate storicamente da minoranze mongole e tunguse, e oggi sempre più permeabili alla presenza cinese.
Mosca teme, anche se non lo dice. La differenza demografica è schiacciante: la Russia conta poco più di 140 milioni di abitanti; la Cina, oltre un miliardo e quattrocento milioni. E mentre Pechino colonizza l’Africa con acquisti di terreni agricoli e infrastrutture, guarda con interesse a quelle terre siberiane ricche di risorse e quasi disabitate. Oggi compra, investe, costruisce. Domani, chissà.
In questo contesto, l’idea della pace – o almeno di una tregua – comincia a farsi strada anche a Mosca. Non perché il Cremlino abbia cambiato obiettivi, ma perché la sostenibilità del conflitto si riduce. La popolazione è stanca, il fronte è logorato, i partner sono ingombranti. E l’illusione di una vittoria rapida è ormai sepolta sotto anni di guerra e sanzioni.
A Istanbul, dunque, non si è parlato davvero di pace. Nessun documento, nessuna svolta. Ma qualche segnale è emerso. Il ritorno a un tavolo, seppur diviso, è già qualcosa. La bozza negoziale del marzo 2022 è carta straccia, le condizioni restano opposte: Mosca vuole tenersi i territori conquistati, Kiev rivuole tutto. Ma la sola esistenza di un contatto diretto, per quanto timido, rompe mesi di silenzio.
Eppure, l’immagine più eloquente del vertice resta quella delle sedie vuote. Simbolo dell’assenza europea, che più di ogni altra pesa. Perché mentre gli equilibri globali si ridefiniscono, e la Russia rischia di essere fagocitata dal gigante cinese, l’Europa resta a guardare. Fuori scena. Senza voce. E forse, senza strategia.