Il Germano piagnone del cinema italiano vola alto col paracadute statale
La cerimonia di celebrazione del cinema italiano ha scatenato un terremoto politico-mediatico. Elio Germano, alla Cerimonia di presentazione dei David di Donatello al Quirinale 2025. Finanziamenti pubblici al comparto cinema.
Elio Germano: dal palco alle lamentele accusatorie contro il governo, ma il cinema lo paghiamo noi
Quando l’applauso si trasforma in polemica. La cerimonia di celebrazione del cinema italiano ha scatenato un terremoto politico-mediatico. Elio Germano, alla Cerimonia di presentazione dei David di Donatello al Quirinale, insignito del premio come migliore attore protagonista per il film “Berlinguer – La grande ambizione”, ha commentato in modo durissimo le dichiarazioni del ministro della cultura Giuli: “Ho fatto fatica ad ascoltare il ministro della cultura: il cinema è davvero in crisi e noi crediamo per grossa responsabilità del Ministero della Cultura. Sentir dire che le cose vanno bene, in quel modo, tra l’altro bizzarro, è dal mio punto di vista fastidioso” – e ha aggiunto – “Invece di piazzare i loro uomini nei posti chiave come fanno i clan, si preoccupassero di fare il bene della comunità, mettendo le persone competenti nei posti giusti”. Da che pulpito verrebbe da dire, dati i 17 milioni e mezzo di euro di soldi pubblici indirettamente ricevuti da Germano per la produzione dei suoi dieci film, a fronte di 12 milioni di euro di incassi, insomma un “buco” di 5 milioni di euro nel 2024, tutti a carico dei cittadini. Il casus belli di una polemica che si sta consumando nei botta e risposta a distanza tra il ministro e l’attore. In replica, il ministro Giuli, durante un evento a Firenze, aveva definito Germano parte di una “minoranza rumorosa” che si impadronisce dei luoghi istituzionali per “cianciare in solitudine”, accusando la sinistra di aver perso i suoi intellettuali e di affidarsi ormai solo a comici. Il riferimento è a Geppi Cucciari, che a proposito degli interventi di Giuli, aveva ironizzato: “possono essere ascoltati anche al contrario, e spesso migliorano”. Insomma, sembra volino pugni e schiaffi e ci si difenda coi guantoni, senza essere sul ring di un film di Rocky Balboa. Effetti speciali del polemico cinema italiano. Il ministro ha anche difeso la riforma del tax credit, agevolazione fiscale che consente alle imprese del settore di gestire i propri debiti fiscali e previdenziali, e che può arrivare fino al 40% dei costi per opere italiane o di interesse culturale. Secondo Giuli, la riforma sarebbe stata richiesta dagli stessi protagonisti dell’industria cinematografica per eliminare rendite e privilegi. Germano non ha tardato a replicare, definendo “inquietante” che un ministro attacchi pubblicamente un cittadino, sottolineando che molti lavoratori del cinema sono senza occupazione da oltre un anno e mezzo. Il dibattito ha evidenziato tensioni tra il mondo dello spettacolo e le istituzioni culturali, con richieste di maggiore dialogo e sostegno, economico, al comparto artistico. Ma chi più ne ha, più ne metta. Ci mancava solo Fabio Fazio, che, intervistato all’Arena Robinson, al Salone del libro di Torino, parlando della polemica sul caso Giuli-Germano, ha asserito: “Inaccettabile che il potere attacchi un cittadino che esprime un’opinione”, definendo una “inaccettabile sproporzione” il rapporto dialettico tra i due. La controversia non finisce qui. In una lettera aperta al ministro della Cultura, un centinaio tra registi e attori, da Zingaretti, a Salvatores, ad Amelio hanno chiesto quanto prima un incontro al governo, con presenti le associazioni di rappresentanza, compresi tecnici, autori e maestranze. Oltre a ciò, chiedono che “si fermino le polemiche pretestuose e gli attacchi inaccettabili a chi democraticamente ha mosso critiche all’operato del ministero, come il nostro collega Elio Germano e la nostra collega Geppi Cucciari». Insomma, si possono criticare le istituzioni che sovvenzionano le produzioni, ma poi non si accetta che, democraticamente, si difendano a tono. Un concetto di democrazia a uso e consumo del singolo artista. Se la matematica non è un’opinione, andiamo ad analizzare i numeri di questi – mancanti a sentire Germano – finanziamenti. Paolo Genovese ricevette 8,7 milioni per la Saga dei Florio, Paolo Sorrentino 11,2 milioni per Parthenope, Francesca Archibugi 2,388 milioni per Illusione, Luca Guadagnino 17,8 milioni per Memorie da Mexico city, Francesca Comenicini 2,3 milioni per Il tempo che ci vuole, Marco Bellocchio 5,3 milioni per Rapito, solo per elencarne alcuni. Salvatores, regista da Oscar, un talento che potrebbe finanziarsi in autonomia, il cui Il ritorno di Casanova ricevette 620 mila euro di contributi nel 2022, per ottenere circa 760 mila euro di box office italiano, si è unito al j’accuse durissimo di Gabriele Muccino. Il regista di “Fino alla fine”, per giustificare il mancato ritorno di questo suo ultimo film ha dichiarato: «I flop al botteghino? Ci sono anche le piattaforme. C’era una legge che funzionava benissimo. La firmò Franceschini, ma l’ex ministro Sangiuliano l’ha voluta disintegrare. La premier e l’esecutivo non ci hanno mai voluto incontrare perché ci vivono come antagonisti, come comunisti che vanno isolati. E Alessandro Giuli ci fa la guerra». Insieme con Muccino, sono tutti schierati: dal già citato Gabriele Salvatores a Giuseppe Tornatore, da Nanni Moretti a Paolo Sorrentino, Marco Bellocchio, Matteo Garrone, Paolo Virzì, Ferzan Ozpetek. E poi ancora: Luca Zingaretti, Pierfrancesco Favino, Paola Cortellesi, Alba Rohrwacher, Anna Foglietta, Riccardo Scamarcio. Certo, ridurre la cultura a puri conteggi matematici può demoralizzare, da chiedersi allora perché la stessa ratio non possa estendersi ai finanziamenti per case editrici, giornali, o feste di paese. Un riconoscimento, come quello ottenuto da Germano in Quirinale o al Festival di Cannes, vale ben più di tanta costosa promozione, sostenuta dal Ministero o meglio dai noi contribuenti.

